Mentre un attore demolisce le regole del vecchio ordine, chi sta già posando le fondamenta del nuovo? È questa la domanda che ha attraversato il panel "Trump il picconatore globale", svoltosi giovedì 22 maggio al Castello del Buonconsiglio di Trento nell'ambito della XXI edizione del Festival dell'Economia, uno degli appuntamenti di riferimento del dibattito economico nazionale e internazionale.
Josef Nierling, CEO di Porsche Consulting Italia, ha preso parte al confronto insieme ad Adriana Castagnoli, storica dell'economia, Marco Fortis, economista e Vicepresidente della Fondazione Edison, e Giuliano Noci, Prorettore del Politecnico di Milano, sotto la moderazione di Daniele Bellasio, vicedirettore del Sole 24 Ore. Il panel ha affrontato le implicazioni strutturali delle politiche americane sui nuovi equilibri geopolitici ed economici globali e sulle prospettive di competitività per l'Europa e per l'Italia.
Il punto di partenza è una constatazione con implicazioni strategiche profonde: Trump non ha creato le crepe nei muri dell'ordine economico internazionale, le ha allargate. I deficit di competitività e produttività dell'Europa preesistevano. La pressione esterna è un acceleratore, non la causa. Nel contributo di Nierling, tre le priorità emerse con maggiore nettezza. La prima riguarda l'integrazione strutturale europea: completare l'integrazione dei mercati potrebbe generare benefici economici pari al 2–2,5% del PIL, un risultato ben superiore a quello atteso dagli accordi commerciali oggi in discussione. La seconda riguarda l'intelligenza artificiale: circa metà della crescita della produttività nel prossimo decennio dipenderà dall'AI, ma i benefici non si sono ancora manifestati nemmeno negli Stati Uniti, la partita è aperta per chi la implementa con metodo e nei processi giusti. La terza riguarda il vantaggio competitivo europeo: il valore non si trova nella costruzione dei modelli, ma nell'integrazione dell'AI nei prodotti fisici, nei dati industriali proprietari, nel know-how ingegneristico accumulato in decenni di manifattura avanzata.
Mentre la Cina rafforza la propria sfera di influenza e gli Stati Uniti ridefiniscono il proprio ruolo globale, l'industria europea dispone di asset reali da valorizzare. La manifattura del Vecchio Continente non ha perso il proprio saper fare. La sfida è trasformarlo in vantaggio competitivo strutturale, prima che la finestra si chiuda.
Lello Naso | 22 Maggio 2026 | Il Sole 24 Ore